Schiere

di Elena R. Marino

Fotografia di Synchrodogs – Synchrodogs@synchrodogs_official

Guardiamo in su e vediamo una grande luminosa palla che ci sovrasta, e rimaniamo a lungo a guardarla, e se proviamo a non guardarla non c’è molto altro da guardare, poiché riusciamo a vedere solo le nuche di quelli davanti a noi, anzi, per essere precisi, quasi solo la nuca di quello davanti a me vedo io, non so gli altri, cerco di non guardare troppo a destra o troppo a sinistra, credo che non si possa, credo che non stia bene, se mi volto a destra o a sinistra intravedo i nasi di profilo e la pelle della guancia di quello a fianco a me, ma sento che è una visione troppo ravvicinata, mette in imbarazzo, sento che il santo alla mia destra e il santo alla mia sinistra sono in tensione, loro sentono che io li sto guardando, resistono, ma li costringo a compiere un grande sforzo per non voltarsi a guardare me, per non redarguirmi con il loro sguardo di fuoco, che invece devono lasciare concentrato sulla palla luminosa al di sopra di noi, così come dovrei fare io; lo so che mi stanno odiando. E io odio la mia confusione. Temo di non essere all’altezza.

Corriamo. All’inizio è difficoltoso, occorre coordinarsi, i busti con i busti, le braccia con le braccia, le ginocchia con le ginocchia, i piedi con i piedi; e soprattutto le teste con le teste, le aureole con le aureole. Corriamo tutti in avanti, una schiera vasta come il mare, e si sente un trottare soffice e ritmico; poi deviamo a sinistra, all’improvviso, come per un colpo di vento contrario: è così emozionante questo correre insieme tutti in una direzione, per poi deviare a un tratto, concordi; dà soddisfazione, fa sentire bene. Fa sentire come una nuvola di pesciolini nell’acqua che in un solo istante deviano tutti compatti al presentarsi di un pericolo; ma qui non c’è nessun pericolo, stiamo solo ubbidendo a minime variazioni d’intenzione come quando si è volatili e si ubbidisce materialmente alle folate di vento; stiamo in ascolto e percepiamo qualcosa: subito parte un’ondata da qualche parte nel nostro mare, si propaga, ci percorre come un brivido, ed eccoci a trottare tutti insieme, eccoci a correre, ecco che in una superba virata deviamo, ora stiamo andando da questa parte, ora dall’altra.

In verità le parti si equivalgono tutte. Andare da una parte oppure dall’altra forse ci viene così facile perché, da qualunque parte si vada, qui in realtà non si va mai altrove. Ma la svolta in sé ci dà un’enorme soddisfazione, come di manovra ben eseguita, e questo è ciò che più conta: la soddisfazione massiva ma interiore. Percepiamo la soddisfazione come un’esalazione odorosa, un sentore di molti altri compatti, una sterminata schiera vibrante, eccitata all’unisono, eppure controllata e silenziosa, che sembra scivolare come seta sulla seta, sotto la palla luminosa.

Le nostre migliaia e migliaia e migliaia di piedi dentro i sandali. Le nostre migliaia e migliaia e migliaia di talloni, e piante e alluci. Le nostre migliaia e migliaia e migliaia di unghie sulle nostre migliaia e migliaia e migliaia di dita. I nostri polpacci santamente pelosi. Tantissimi polpacci. Le nostre ginocchia vive d’espressione come volti rincagnati. Tantissime ginocchia. Le nostre cosce mobili di muscolatura santa e di morbido adipe. Le nostre migliaia e migliaia e migliaia di santissime penzolanti gonadi, le nostre migliaia e migliaia e migliaia di rannicchiati membri assonnati e, dietro, tutta l’infinita celata schiera dei tagli verticali che socchiudono la fessura a tutti comune. I ritorti peli che s’aggrovigliano sulle nostre infinite migliaia di ventri, sotto le pliche di altro adipe e di altri peli; le nostre infinite migliaia di occhi rosso tenue sul petto, che guardano fisso davanti a sé sotto la candida tunica, talvolta con brevi leggeri strabismi; e le nostre spalle, le nostre braccia, le nostre innumerevoli mani e soprattutto lo stuolo infinito delle nostre teste aureolate. Le nostre infinite schiere. Le schiere di noi santi sono infinite e nello spazio infinito vaghiamo sotto l’infinita Sfera.

O dentro l’infinita Sfera.

Mi viene questo dubbio, a un certo punto, ma lo tengo celato. D’altra parte, a chi mai potrei comunicarlo? Alla mia destra e alla mia sinistra, dietro di me e davanti a me i santi in file infinite procedono scevri di dubbi, immacolati e splendenti. Perché, se loro non hanno dubbi, io ho dubbi? Me lo chiedo e non so rispondere; intanto trotto insieme a tutti gli altri, adesso un arcobaleno lungo diverse migliaia di chilometri sovrasta la nostra parte di schiera sterminata, e un’aura di primavera ci sovrasta spandendo profumo di pulito, e io vorrei che la santità si impossessasse di me in modo completo, perché ho il terrore che qualcuno si accorga che possiedo ancora un pensiero non perfettamente allineato alle divine schiere, e uno sguardo di sottecchi che fruga le barbe allineate intorno a me, dirette alla divina contemplazione. Ho il terrore di suonare in modo falso come una campana che nella fusione del metallo ha inglobato un residuo di terriccio, una bolla d’aria, e dunque alla verifica suona stonata. Ho il terrore di interrompere il flusso divino che dovrebbe scorrere senza soluzione di continuità di corpo in corpo, nei secoli dei secoli.

Ma guardando di sottecchi intorno a me ecco che colgo uno sguardo mancino. Un paio di santi più in là, ecco che noto l’occhiata aguzza di un santo che aggrotta i sopraccigli e dilata le nari, spiando le fauci dilatate in sbadiglio di un altro santo poco distante, il quale, nel mentre che dilata forzosamente la cavità orale, spinge il globo oculare a una torsione estrema per aver contezza della smorfia che un terzo santo sta producendo all’indirizzo di un quarto santo il quale ricambia con pari smorfia, esponendo la punta della lingua rosea e oscena. Per seguire la quale catena di osservazioni ho io dovuto torcere la testa quel tanto che è bastato a rovinare la bella armonia di teste sante tutte dirette in un’unica direzione, in unica contemplazione rivolta alla Sfera. E rimango a strologare se sarà considerata maggiore la colpa mia d’aver notato i dettagli, o di codesti santi che dissimulando modificano la nobile forma del loro viso per ripicche e ire e segnali di licenziose complicità. Nel mentre, acceleriamo la marcia.

Siamo nuovamente protesi in una corsa, e l’afrore della santità m’investe fino a distrarmi dai miei tortuosi pensamenti. Com’è invece bella e schietta e lineare la corsa santa! Come mi giunge vorace d’anima quella ineffabile sensazione di essere tutti collegati, tutti unico corpo segmentato come gigantesco insetto semovente, in armonioso e unico dinamismo, attraverso i cieli dei cieli! Come siamo mare, o meglio, oceano noi tutti! Come siamo vastità, e infinità, ed esercito! Come siamo devoti alla Grande Sfera Luminosa che ci guida nel nostro eterno movimentare il vuoto spazio! E mentre così intensamente penso ciò che in verità – dentro la verità – va pensato, avverto che il ritmo della corsa aumenta, aumenta di più in più, e l’intera immensa schiera, come percorsa da un vento che ne sospinge le falangi, si precipita tutta in unica direzione senza più svolte né rallentamenti, sempre in aumento di velocità, senza cambi d’intenzione, sempre più rapida una massa estesa in scalpiccio elastico accelerato, in allungamento di falcata, in morbido terremoto celeste noi corriamo e corriamo e corriamo, schiere sante all’inseguimento della Sfera ubbidendo alla sovrastante necessità del desiderio di ciò che ci manca, in contemplazione avida della nostra infinita – mai raggiunta – meta, noi santi, che smuoviamo l’universo in ritmica scorreria, famelici di luce e di senso, bardati di dorate aureole come di cimieri, e scudi, e lance; ma pur sempre solo aureole al di sopra dei nostri volti tutti uguali; e puntiamo in avanti dove il risucchio ci attira, dove ci attira il buco nella maglia che ci pareva sfera; sorpresi per una frazione d’istante dal cadere nuovamente nella vita, cioè dentro, infissi in quello che inseguivamo inconsapevoli, d’un tratto accesi di consapevolezza d’aver sbagliato il pensiero stesso della sfera, di aver sbagliato mira, o meta, o schiera; di essere stati santi in un pensiero già scoppiato; come minuscola bolla trasparente.

2 pensieri riguardo “Schiere

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