L’intervista

di Alessandro Busi

Fotografia di Avi Kaye – @hasidiminusa

“Non si può girare intorno al fatto che mettere delle parole su carta è la tattica di un bullo segreto, un’imposizione della sensibilità dello scrittore sullo spazio più privato del lettore”

[J. Didion, intervista apparsa sul New York Times del 5/12/1976]

Il mio libro inizia così:

“Il 20 maggio 1987 un ragazzo di undici anni, Juan Perez, si intrufolò nel recinto degli orsi polari dello zoo di Prospect Park a Brooklyn. Un amico lo ammirava da fuori, mentre camminava spavaldo in quella ricostruzione approssimativa del Polo Nord, e poi mentre i due orsi lo assalivano e gli dilaniavano il corpo e i vestiti, trascinandolo nella loro tana. I poliziotti spararono ventisei colpi per uccidere gli orsi. Il sindaco Koch disse che Perez di sicuro non aveva sofferto, che di sicuro era morto con la prima zampata. Lo zoo venne chiuso per un giorno intero, il tempo che gli inservienti sciacquassero via ogni traccia di sangue e ogni pezzetto di carne che poteva essersi incastrato fra le rocce. A 6654 chilometri da quei cadaveri di orso e di umano, io venivo al mondo”.

Il venti maggio del duemilaotto aprii il mio primo account social e scrissi: Uccidiamo i pensieri spiacevoli per raccontarci favole monocrome. Ventuno auguri a me e alla mia condanna.

Anche io sciacquavo la memoria per far tornare bianca – che più bianca non si può – la mia vita, ma la resi albina. Ci pensarono i giorni a rivelarmi le sfumature. I primi a bloccarsi furono i muscoli dei glutei. Nell’autunno del duemiladieci, quando mi laureai in veterinaria con una tesi sui pavoni indiani a cui non cresce la coda, le piante dei miei piedi decisero di specchiarsi e ci volle poco perché le ginocchia le imitassero. Ero ogni giorno più evidente.

Solo sull’autobus le persone non vedevano.

Un giorno chiesi a una ragazza, «Posso sedermi?». Non mi rispose e si girò a guardare fuori dal finestrino. Chiusi gli occhi. Dentro le mie palpebre le prendevo la testa e le facevo mordere il sedile e poi le tiravo un calcio sbilenco dietro la nuca; davo fuoco al suo zaino pieno di panda, la strangolavo con i fili degli auricolari. Sbuffai una risata.

Scrissi: Sono così gli umani, trovano il loro posto a sedere e gli si attacca una tenia al cervello che gli succhia tutta l’intelligenza. Diventano amebe egocentriche, focalizzate sul loro piccolo percorso monocellulare.

Poi raccontai l’accaduto. Allegai a quel post la fotografia delle mie gambe storpie e delle mie stampelle. Ottenni decine di commenti di sostegno. In risposta pubblicai anche la fotografia della ragazza. Bocchinara. Muori male, commentò un’amica di vecchia data.

Oggi mi restano attivi gli occhi e gli arti superiori. Le impronte digitali sullo schermo del mio tablet sono le uniche tracce, delebili, della mia esistenza.

Nella stanza ci siamo io e un tizio che dorme per il postoperatorio. Quando si sveglierà, proverà a muovere la mano destra, la guarderà e non la troverà. Prima dell’operazione diceva che gliene avrebbero messa una finta, ma uguale in tutto e per tutto a quelle normali.

La voce monotona del mio tablet gli rispose: «Uguale? Ne-dubito».

Mi sorrise, ma non parlò e tornò nel suo letto. Io ripresi a scorrere le fotografie degli amici online.

I medici dicono che le mie gambe sono arrivate al punto zero, che me le lasciano attaccate solo per bellezza. Se potessi ancora muovere i muscoli della faccia, riderei. Dicono anche che la mia malattia è irreversibile – ma dai? – e che però posso vederla così: non è la malattia che mi sta uccidendo, è la vita a essere irreversibile.

Scrissi: “La vita è irreversibile” (cit. dottor Anselmi). Certo, ma quando respiri grazie a un tubo che sa di plasticaccia, lo è un po’ di più. La fotografia del mio respiratore la pubblicai in bianco e nero.

Mi diverto ad accendere e spegnere la luce con il comando a distanza fino a bruciare le lampadine. Ne ho bruciate tre nell’ultima settimana.

Ho appena acceso, quando un’infermiera accompagna una giornalista al mio letto e le dice di accomodarsi. Ha un bel seno, la giornalista. Dopo proverò ad allungare la mano, lo faccio sempre e nessuna si lamenta mai. È giovane e impacciata. Accenna una stretta di mano ma la ritira, senza scusarsi. Si asciuga il palmo nei pantaloni. Si siede accanto al mio letto.

«Iniziamo?» Chiede.

La mia voce sintetica risponde: «iniziamo».

Le prime domande sono le solite di sempre.

«Come sei diventato una star del web?»

«Con-la-sincerità»

«Il tuo libro di storie è tutto autobiografico?»

«Sì, tutta-vita-vissuta (smile)»

«Perché inizi parlando degli orsi di Prospect Park?»

«È-il-giorno-del-mio-compleanno-e-della-prima-diagnosi.»

Poi lei accavalla le gambe e irrigidisce la schiena. Io resto stoccafisso.

«Sei diventato celebre grazie a un post di accusa contro una ragazza che non ti aveva lasciato il posto sull’autobus. Perché?»

«Cosa-non-ti-è-chiaro?»

«Perché l’hai fatto?»

«Per-denunciare-che-le-persone-ignorano-chi-è-nella-mia-condizione».

«Ma hai preso di mira solo lei. Lo sai cos’è la gogna pubblica? Lo capisci?».

Roteo gli occhi. Muovo le dita più veloce che posso.

«Era-lei-che-non-mi-aveva-fatto-sedere. Di-chi-avrei-dovuto-parlare?».

La giornalista mi si fa più vicina e sibila: «Volevi solo colpirla».

Vorrei che qualcuno la zittisse, che le sparasse ventisei colpi, uno dopo l’altro. Bam, bam, bam. «Si-è-comportata-male? Sì. Se-l’è-cercata? Sì. Se-l’è-meritata-la-merda-che-le-è-caduta-addosso? Sì».

Lei inspira, mi poggia una mano sulla spalla. «Volevi solo farti vedere e farti vedere forte, ma, siccome non hai gli strumenti fisici per fare il gradasso, lo hai fatto con le parole».

Il respiratore mi fa inalare lo schifo che provo per questa donna. La lentezza delle mie lettere ridicolizza la mia rabbia. «Ti-senti-un’esperta-di-vita, ma-non-sai-niente: sei-solo-una-iena, vuoi-mangiare-la-mia-carcassa-per-diventare-famosa-ma-non-sai-quanto-diventa-cattiva-la-carne-di-un-pavone-senza-coda».

«Ma quale pavone?»

Alzo la mano sinistra come mi riesce, mentre la destra scrive e preme invio: «L’intervista-è-finita». Poi imito gli opossum, muoio vivo, mi ci vuole poco.

La giornalista sorride, con gli occhi umidi di nervoso. Sistema il suo taccuino nella borsa e si alza. «Grazie» dice, «arrivederci». A toccarle le tette non ci penso più. Se ne va con il passo deluso.

Aspetto che sia fuori dalla porta e ricomincio a muovere gli occhi. Apro la mia pagina social e scrivo: Una giornalista iena. Mi fermo, cancello e riparto, mentre il mio compagno di stanza sembra essersi svegliato e respira sempre più veloce.

2 pensieri riguardo “L’intervista

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