Terrarium

di Antonio Vangone

Fotografia di Frankie Casillo – www.frankiecasillo.com – @frankiecasillophoto
La traccia audio si intitola “cruz” ed è tratta da Borders, di Bad Girl
https://badgirl69.bandcamp.com

Più che un astronauta, un giardiniere. Lo avrebbero legato a un pezzo di alluminio e sparato a folli velocità fino a Marte, il seme della terraformazione del pianeta. Nessun ritorno. Sarebbe stato solo, una questione logistica. A lui stava più che bene. Un sordo vive già in una bolla, che sia su Marte o in una piccola città del Nord, di disinteresse o vetroresina. Si chiese a lungo perché avessero scelto proprio lui: c’era forse penuria di aspiranti eremiti? Gli risultava impossibile credere di essere tanto capace da oscurare gli altri candidati nonostante la sordità. Dovevano pur esserci altri candidati, la razza umana è sempre stata ricca di esemplari dall’istinto di conservazione piuttosto labile, lo dimostrano le guerre, i dirigibili, le mandorle e i cibi fermentati. Che fosse una manovra pensata per portare attenzione al programma? Il pensiero lo sconfortava immensamente, lo tormentava quasi ogni notte; affondava la faccia nel cuscino e cercava di non pensarci, aveva tanto da fare, gli allenamenti, le simulazioni, i continui test fisici e psicologici. Fu scaraventato tra le aule delle migliori università al mondo, Cambridge, Stanford, Singapore, luoghi efficienti e all’avanguardia in grado di garantirgli gli strumenti che non gli erano mai stati concessi: interpreti, sottotitoli, labbra attente a rivolgersi nella sua direzione, supporti fisici ed elettronici. I muri si erano fatti più sottili, la conoscenza preposta alla colonizzazione di distanze vuote era finalmente libera di permearli, ordinata sotto forma di grafici e diagrammi, pagine e pagine di appunti, ricerche compilate apposta per lui, conferenze specialistiche con le migliori menti dell’astrobiologia, centinaia di giorni, ore sottili, un enorme sforzo collettivo di cui un asciutto ventiduenne dalle mani piccole e gli occhi grandi si ritrovava a essere il fulcro. Ma perché allora era così solo, non era mai stato così solo. Prima, a casa, le voci gli erano sempre giunte distorte, imitazioni deformi di una verità scomoda. Per quanto si sforzasse di interpretarla, la costante frizione tra le anime di una piccola città di montagna poteva garantirgli solamente un contatto incompleto, privo di ogni amore. Aveva imparato ad accettare la solitudine come una conseguenza dalla sua condizione, di una sua forzosa inettitudine; ma anche ora che capiva tutto con chiarezza, che il mondo lo abbracciava incarnandosi in mille volti diversi, era come se le parole arrivassero dalle profondità della terra, e lui fosse già su Marte. E di nuovo, i suoi sentimenti si riversavano a chiudere l’abisso, ad avvicinare le vite che gli vorticavano intorno senza mai stringersi alla sua. C’era un ragazzo. Lo aveva conosciuto una sera, su un treno. Era alto e chiaro, gli si era avvicinato per dirgli qualcosa che naturalmente non aveva capito. Poi gli si era seduto di fronte, un animale indolente che lo scrutava dal riflesso del finestrino. Disse qualcos’altro e allora dovette reagire per forza, scusa, non ci sento, sperando di riuscire a controllare la voce. Sono sordo. Così mi capisci, si toccò le labbra con l’indice e il medio, tentando di scavare bene ogni sillaba. Più o meno. Il mio inglese non è granché. Da dove vieni? Svezia. Io Italia. Fecero due chiacchiere, si scambiarono i contatti. Non chiamarmi, se puoi scrivimi. Certo, nessun problema. Si rividero un paio di volte, una sera faceva freddo e le luci dei lampioni erano strane e nevrotiche e l’altro gli camminava davanti e parlava e lui non capiva niente ma non era arrabbiato, studiava l’ondeggiare delle sue spalle sotto il cappotto e la torsione del suo collo quando si voltava ad aspettare una sua risposta, e il suo sorriso quando una risposta arrivava ma era piuttosto una domanda. La conversazione seguiva due binari diversi ed entrambi non andavano da nessuna parte, erano lì a un passo ma non si capivano. Mai come quella volta avvertì come una violenza il divario tra ciò che provava e ciò che sapeva essere vero. Poi dovette andare via da Singapore, con qualche ricordo e la convinzione che nessuno sarebbe riuscito ad avvicinarglisi, ed era meglio così perché se davvero qualcuno ci fosse riuscito, lui avrebbe perso tutto, se stesso e Marte. Lo avevano scelto per andare su Marte perché era fatto in un certo modo, ed era fatto in quel certo modo perché viveva dentro la sua testa e non poteva uscirne. C’è efficienza nell’isolamento; e anche se l’efficienza non gli era mai parsa questa gran cosa, era pur sempre meglio di niente. Così andò avanti da solo per tutti gli anni che gli restavano sulla Terra, pensando alle luci dei lampioni e riempiendo le ombre di fantasie, finché i motori non si accesero, tutto tremò, e lui fu il primo uomo a lasciare definitivamente il suolo terrestre per andare a seppellirsi in un rettangolo di polvere non santa e non umana, vergine. Ci sono fantasmi, nello spazio? Spettri di silicio, ombre di vite esauste e mute? Nei duecento giorni di viaggio non ne vide, sessantasei chili d’uomo in settecento tonnellate di metallo cromato, cinquantotto milioni di chilometri a una velocità oscena, roba che era lui il fantasma, sì, il suo corpo era rimasto sulla Terra, e a farsi cullare da spie luminose e lampade rosse era quel frammento della sua anima che otto anni di duro addestramento e trenta di durissima emarginazione non erano riusciti a rosicchiare via, un frammento piccolo ma tenace, capace di sopravvivere all’assillante rollare nel vuoto, ai pensieri foschi e dilatati di un viaggio tanto lungo, al cibo insapore e al trauma dell’atterraggio. Il terrore dello schianto. Un sospiro, rinascere come colono, lasciare la navetta e violare quel mondo nuovo, possederlo con sonde e radar e attrezzi da scavo di enorme durezza e precisione. Immaginava il pianeta latrare a ogni goccia di sangue estratta, un ago conficcato nella sua pelle di regolite in cerca di precise distribuzioni di minerali, poi scavare un pozzo profondo centinaia e centinaia di metri, sigillarne il fondo e i fianchi con polimeri stampati ad hoc, rimettere a posto il terreno piantandovi piccole mine di vita, i canestri di alghe e batteri estremofili che avrebbero presto generato ossigeno, poi un tappo di ceramica porosa e in cima la cupola trasparente che sarebbe stata casa sua, il primo dei tanti ambienti confortevoli che l’uomo avrebbe inciso in quell’aspro corpo ferroso. Quindi il trasloco, trasportare l’attrezzatura dal veicolo alla base, smontare il mezzo per sfruttarne i materiali; il condottiero che brucia le navi, una conquista eroica ed eccitante narrata per registrazioni e immagini sghembe da spedire ai suoi simili, tasselli di un trionfo che in fondo è di ognuno di loro. C’è l’affermazione del futuro della specie nelle foglie di lattuga, la dichiarazione della sua indipendenza di fronte ai capricci del creato in quelle piantine che crescono tra due lune e un sole lontano, fotosintesi e decomposizione, pronte a liberare il colono dall’incubo di dover contare i respiri: le scorte di ossigeno sono vaste ma non infinite, e costose. E lui, l’unico per cui il discorso ha poco di trascendente e molto di vitale, non può che accogliere con gratitudine il formarsi dell’ecosistema chiuso ma in espansione di cui lui è contemporaneamente fautore e ingranaggio, la sua vita è tutta uno scavare pozzi e foderarli e mettere la ceramica porosa e montare una cupola e collegare gli avamposti coprendo così un’area ogni giorno un po’ più grande, ogni centimetro così espugnato è tutto suo e gli uomini sono soltanto nelle spie luminose nei rapporti giornalieri e nei libri che gli mandano per non farlo impazzire dalla noia. L’attenzione cala, grandi novità per la scienza ma la fase critica è passata, osservando un bagliore rossarancio nel cielo notturno magari qualcuno pensa c’è uno come me lassù, non è più un sogno ma un dato di fatto e una volta accettato come tale si può solo rallegrarsene e andare avanti con la propria vita, e quanto egoismo c’è in questo, ma la cosa importante è un’altra ovvero che lì, nel nulla, finalmente il silenzio gli era amico. Perso nel flusso di incombenze, di piante e fiori da misurare e analizzare e infine mangiare e restituire al terreno, di scavi e progetti e stampe tridimensionali, tempeste solari e radiazioni fermamente decise a friggergli i cromosomi, si era scoperto libero: niente bocche, niente occhi, niente mani, Solo un giorno nascosto in attesa, quello in cui avrebbe smesso di sognare.

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