Noi lofiformi

di Paola Moretti

Fotografia di Emmanuel Monzon – @emmanuelmonzonphotographyadmonzon.format.com

Vuoi provare il sesso tantrico? mi chiede. Proviamo, rispondo. Dopo sette minuti vengo. Scusa, gli dico. Niente, risponde. Tenteremo di nuovo, dice, e dopo sette minuti viene anche lui.

Siamo stesi sul lenzuolo ingiallito dalle lavatrici fatte male. Respiriamo quanto basta. Appiccicati. Io, uno stelo dritto, lui, avvinghiato come un koala su un eucalipto. La mia anca tra le sue gambe. Il mio fianco contro il suo ventre. Il suo sterno contro le mie costole. Il suo zigomo sotto la mia clavicola. I capelli gli odorano di shampoo e cinghiale. Le parti di noi che si toccano sembrano mutare a uno stato liquido, come le Big Babol sull’asfalto che nella calura tornano elastiche. Non so se dorme, ma la differenza tra sonno e veglia, a queste temperature, non è mai netta. Ogni tanto controllo che la cassa toracica di Alfredo si alzi, ho il terrore che senza un motivo, tra le mie braccia, smetta. Nel cortile un gatto in calore gorgheggia straziante. Canta strofe d’amore per una gatta che non lo vuole.

Domani è festa. Ieri abbiamo portato su gli ultimi scatoloni. I nostri vestiti sono sparsi a effetto dalmata sulla poltrona panna, le scarpe come zolle emerse dall’acqua poco profonda di un parquet dorato. Come abbiamo trovato la forza di fare anche l’amore, non lo so. Sarà il caldo, che ci rende più libidinosi.

La sua roba è dentro i cartoni Chiquita che occupano discreti l’angolo vuoto della camera. La finestra è aperta. Da lontano arrivano i tonfi dei selciaroli che con il mazzapicchio incastonano i sampietrini per terra. Manca poco alle ferie, per chi ha un lavoro. La radio accesa in cucina ci informa che Caronte durerà ancora per qualche settimana. Che la fine di agosto sarà un inferno. Sento anche le mosche, so che ronzano come avvoltoi intorno alle carogne, sopra ai frutti prossimi alla putrefazione. Pesche, limoni, kiwi, e altra roba fuori stagione.

Osservo la metà libera dell’armadio, quella che gli ho svuotato. Mi ha chiesto se potevamo spostare la libreria, per puntare il proiettore sul muro. L’ho guardato fisso a lungo poi ho distolto lo sguardo. Ho iniziato a pensare ai lofiformi. Quei pesci degli abissi sconosciuti. La femmina enorme, mostruosa e ipnotica. Una gorgone bioluminescente. Dal suo corpo grigio e viscido si staccano dei filamenti luminosi che nell’acqua fluttuano come veli di odalisca. La bocca ampia con denti lunghi quanto lische, la bazza aggressiva, gli occhi piccoli, calcolatori, e in testa una corona dai raggi bianco-azzurri. Sotto alla pancia un’escrescenza che sembra un pene, invece è il maschio. Minuscolo, sottile, attaccato a lei. Quando la trova, la morde e i loro tessuti si fondono.

Sento i nostri corpi avvampati sciogliersi e perdere i confini. Mezzelune di unghie non mie nel bidè. Il mio bacino sembra aver perso le ossa, polverizzate nella carne che lentamente si espande verso di lui. A Natale andremo dai suoi. A Pasqua dai miei. A Ferragosto ancora non lo sappiamo. La trama del cotone è indistricabile dall’epidermide. Io e lui siamo gocce di ceralacca prima del sigillo.

In cambio dei nutrienti che ottiene dal sangue della femmina, il maschio perde occhi, pinne, denti e gran parte degli organi interni, fungendo così solo da banca del seme per quando la femmina sarà pronta alla riproduzione.

Alfredo sta perdendo i capelli. Guardo la tenda gonfiarsi come il drappo di un torero in slow motion. Se gli infissi non si aprissero più, quanto ci metteremmo a finire l’ossigeno in quarantatré metri quadri?
Entra una lingua umida di aria che mi sposta i peli dove sono sfuggiti al rasoio, vicino al malleolo, intorno al menisco. Ritirandosi lascia una scia di bava sui nostri corpi appiccicosi, come le lumache sull’acciottolato. Sento la muscolatura farsi molle, la pelle che ribolle muoversi lenta e densa come roccia che si fonde. Magma, che si mischia alla pelle di Alfredo, più scura, più bella. L’ulna ormai è andata, come mozzarella che si scioglie sopra le melanzane, si è sfilacciata e poi raggrumata alla sua spalla creando un unico bozzo sgraziato.

Alfredo ha voluto cambiare l’ordine in cui erano riposte le posate nel cassetto: cucchiaio-forchetta-coltello. È una settimana che cerco di tagliare i cereali.

Normalmente a quest’ora ci berremmo una birra insieme sul balcone, un rettangolo di cemento 80x120cm che dà su via Macedonia. Faremmo le cose di sempre. Mangeremmo i pistacchi, tireremmo i gusci di sotto. Urleremmo agli automobilisti che sclacsonano in coda. Apriremmo le vaschette di polistirolo. Spezzeremmo le bacchette in contemporanea. Le affileremmo. Alfredo mi guarderebbe di soppiatto, sa che non mi piace essere osservata quando metto le cose in bocca. Se gli faccio un pompino deve tenere gli occhi chiusi. Abbiamo le nostre regole, i nostri rituali. Idiosincrasie che ci rendono meno animali. Il gatto in cortile si lamenta ancora. C’è troppa afa per stare in verticale, il sangue scorre come fosse glicerina.

Ho una fame vorace e una pesantezza di membra. Anche il respiro di Alfredo si fa più pesante, sposta la pelle del mio collo come acqua increspata dal vento, crea solchi sul mio sterno e dune sulle clavicole. Siamo malleabili come plastilina. Le nostre gambe da quattro si sono ridotte a due, grosse, goffe, grumose. La lieve peluria che dal pube va all’ombelico si è improvvisamente infittita e io ho la sensazione di essere ferina. Alfredo accetta i miei cambiamenti, ci è abituato, sa che sono un essere ciclico, soggetto a modificazioni e influssi costanti. Ho cominciato a sognare numeri, ma non escono su nessuna ruota. Il suo braccio si sta sciogliendo sopra al mio petto che da qualche settimana è più pieno. La nostra carne si sta riconglomerando in colline deformi. Lo chiamo, gli scuoto una spalla con la mano ancora autonoma. Apre gli occhi e mi sorride. È l’unica persona che conosco che appena sveglia è felice. Gli dico che stiamo diventando una cosa sola. Mi risponde che è impossibile. Ho la nausea, gli dico, da qualche settimana. Stai tranquilla, mi dice. Mi bacia la tempia, sento il suo fiato umido, chiude gli occhi. Cerco di staccarmi da lui, ma nei tentativi la pelle del mio fianco, del suo ventre, è come l’impasto lievitato quando decidi di separarlo.

Attacca il martello pneumatico in Via Montenegro. Fa caldo. La radio parla di micropolveri, incendi dolosi. Alfredo mi chiede se voglio un po’ d’acqua, annuisco con la testa che pesa. Si allontana da me con due agili mosse. I miei contorni di nuovo definibili, la sua assenza concreta. Torna e ha due bicchieri in mano, si ferma sulla soglia e mentre giro la testa mi dice che sono raggiante. Appoggia l’acqua sul comodino, si butta sul letto, su di me. Mi bacia la faccia. Mi scosta le ciocche sudate dalla fronte, poi con un movimento improvviso, si tuffa sul mio collo e lo morde. I denti affondano nella carne. Sento ancora l’odore, mi dice. Io sento l’abisso.

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